John Steinbeck

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Se il grande scrittore John Steinbeck avesse voluto prendersi una motocicletta, avrebbe di certo scelto una Vespa. L'incipit di un suo bellissimo romanzo, Viaggio con Charley, parafrasato in chiave vespistica è perfetto. Steinbeck scrisse quel romanzo nel 1962. Io sarei nato soltanto l'anno dopo. "Charley" è il nome con cui ho battezzato il mio vespone, un P125X del 1981. (leggi l'incipit "parafrasato").

Gli anni del nostro incanto

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GLI ANNI DEL NOSTRO INCANTO
Giuseppe Lupo
Marsilio

Per gli abituè di questo Weblog il fatto che una vecchia Vespa sia in grado di ispirare la penna di un bravo scrittore è cosa nota. Giuseppe Lupo con questo suo nuovo romanzo però va un passo oltre: la Vespa è ben presente ma lo è solo in fotografia e a tracciare la trama del racconto sono i ricordi evocati da una vecchia immagine in bianco e nero, che immortala una famigliola di passaggio a bordo di una Vespa.

"I fiori nel portapacchi papà li aveva regalati a mamma un mattino di aprile, per l'anniversario delle nozze. Aveva appena smesso di piovere, ma le strade erano asciutte, tanto che nella foto dove ci siamo tutti non si vedono pozzanghere. Io sono quella che mia madre stringe al petto. Ero nata quasi da un anno, ridevo come un angelo al vento della Vespa (...)"

La foto è un'istantanea scattata nei primi anni '60 lungo una strada del centro di Milano, le guglie del Duomo sfocate sullo sfondo. A bordo del vespone, cosa non inconsueta per quei tempi, padre, madre e due bambini: alla guida c'è Luigi - detto Louis, tra le sue braccia, ritto in piedi sulla pedana c'è il suo primogenito Bartolomeo - soprannominato l'Indiano. Al Posto del passeggero, seduta all'amazzone con le due gambe sullo stesso lato c'è Regina, moglie e madre, che tra le braccia stringe Vittoria, bimba in fasce che non ha ancora spento la sua prima candelina. La vicenda è collocata a una ventina d'anni di distanza da quello scatto fotografico. Siamo nel luglio del 1982, le giornate sono quelle del mondiale di calcio in terra di Spagna, quello poi vinto grazie ai gol di Paolo Rossi dagli Azzurri di Bearzot. L'ambientazione è quella di una stanza d'ospedale dove Regina è ricoverata, la diagnosi è amnesia post trauma. Regina non ricorda più nulla ne di sé ne di chi le sta attorno da una vita, chiusa in un mutismo ostinato e assente. L'unica cosa in grado di farle aprire bocca, fosse anche solo per farle ingurgitare una pasticca, è metterle davanti agli occhi quella vecchia fotografia.

"Il giorno della foto mia madre lo indica così: dice quel giorno senza specificare la data, che è il decimo anniversario del suo matrimonio. So che mio padre aveva cercato un tavolino libero al Bar Motta, in Piazza Duomo, e aveva guidato la Vespa con la caparbietà dei suoi anni giovani. So che aveva litigato con il vigile perché faceva schiamazzi con il clacson, ma poi, sfrontato e ribelle, aveva chiesto un chinotto al barista e l'aveva bevuto alla salute dei presenti, compreso il vigile che nel frattempo si era allontanato e papà lo salutava con un paio di corna. Mamma lo aveva redarguito: «Non si fa, Louis, non si fa...»"

Al capezzale di Regina c'è la figlia Vittoria, e quell'immagine stampata in bianco e nero pare essere l'unico grimaldello in grado  di far breccia in quel cervello spento. Ogni dettaglio di quella foto diventa un ricordo e Vittoria si trova a ripercorrere gli anni della sua infanzia e della sua gioventù. L'autore è bravo nel dipingere un ritratto credibile degli anni esaltanti dell'industrializzazione e del conseguente boom economico, dove c'era lavoro per tutti e non c'era timore nel firmare qualche cambiale per circondarsi di cose che certificavano il benessere raggiunto, vuoi che fosse il televisore, la Vespa o una cucina Salvarani "...azzurra come il cielo di Lambrate". Un arco di tempo che diventa l'epopea di una famiglia, con i suoi alti e i suoi bassi, dalla vita milanese sbarluscenta come la Madunina della prima metà degli anni '60, agli anni della contestazione alla fine del decennio, a quelli di piombo del terrorismo che insanguinò le strade di Milano.

"Il giorno in cui siamo entrati nella foto noi quattro sulla Vespa, quel giorno come lo definiva mia madre, eravamo a due passi dal luogo dove più tardi, negli anni, sarebbe arrivata a bussare la paura. (...) Milano dalle mille luci, la sua Milano, si era sporcata di sangue."

Il lettore è testimone del confronto generazionale tra i genitori in cerca di un riscatto sociale dopo aver vissuto l'incertezza del secondo dopoguerra e i figli, nati in un Paese nuovo che va incontro a un periodo di prosperità e agiatezza ma anche di contestazione.  A scandire le pagine di Giuseppe Lupo e a collocarle il lettore nella giusta dimensione temporale tanti piccoli ganci, brani di canzoni, réclame di detersivi, avvenimenti di cronaca o sportivi che calano il lettore nel colore di quegli anni.

"Che gran Milàn si muoveva sotto il Pirellone! Mio padre non voleva perdersi il gusto di scovarla, questa benedetta via Gluck (...) e quando riuscì a percorrerla tutto d'un fiato con la Vespa (...) si convinse che quella strada non era una delle tante (...). Fermò la Vespa a bordo marciapiede, stette fermo qualche minuto a guardare e, a bassa voce, a ripetere "questa è la storia di uno di noi...".

Una scrittura elegante e ad un certo modo poetica per un racconto che porta a riflettere sull'importanza dei ricordi nella vita di ciascuno di noi.

"Nessuno poteva immaginare che quella strada, su cui la Vespa avanzava libera e gradassa, sarebbe entrata nel nostro destino familiare e certo non per i semafori, non per i cartelloni pubblicitari, non per le guglie del Duomo dietro i tetti, ma per quella strana materia che sono i ricordi: niente più che un bosco di ombre, dove torniamo ogni tanto per veder scorrere il film della nostra vita.".

GLI ANNI DEL NOSTRO INCANTO
Giuseppe Lupo
Marsilio

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